LE ENERGIE RINNOVABILI

Il pianeta è impegnato a ridurre drasticamente le emissioni nocive derivanti dalla combustione del petrolio e degli altri combustibili fossili. Faticosamente il trattato di Kyoto ci obbliga tutti ad andare in questa direzione, cercando di abbattere essenzialmente l'anidride carbonica e i gas serra.

Oggi in Italia la produzione di energia elettrica comporta l'immissione nell'atmosfera di circa 725 grammi di anidride carbonica equivalente per ogni kWh prodotto. Ciò corrisponde ad un contributo italiano alla crescita annua della CO2 atmosferica, per la sola produzione di energia elettrica, pari a circa 160 milioni di tonnellate.

La principale chance per ridurre tale contributo (accanto al risparmio energetico) è l'uso di energie rinnovabili, che praticamente non producono emissioni inquinanti. Si ha perciò che ogni kWh rinnovabile, prodotto in sostituzione di uno convenzionale, evita l'immissione atmosferica di 725 grammi di gas serra. Quindi l'energia solare, l'idroelettrica, l'eolica, l'energia del moto ondoso, la geotermoelettrica, l'energia da biomasse possono contribuire a ridurre le emissioni inquinanti dei gas serra.

Tra le varie energie rinnovabili spicca oggi in Italia quella eolica, proveniente cioè dal vento. Si tratta di una tecnologia semplice ed efficace. Non a caso l'energia eolica è stata sfruttata ampiamente nella storia per diversi usi, tra cui risaltano il pompaggio dell'acqua, la molitura del frumento e delle olive, la propulsione navale per mezzo delle vele.

COME FUNZIONA L’ENERGIA EOLICA

I moderni mulini a vento sono costituiti da torri d'acciaio alla cui sommità è posto un rotore, collegato meccanicamente ad un sistema di ingranaggi moltiplicatori di giri, sistemato entro una navicella ed azionato dalle pale di un'elica che cattura l'energia cinetica del vento.

Dal rotore l'energia cinetica viene trasmessa ad un generatore di corrente alternata, la cui potenza può arrivare fino a 2 MW (ma si stanno sperimentando macchine fino a 3 MW) in dipendenza dalle dimensioni delle pale.

Le macchine eoliche più diffuse, di media grandezza, raggiungono l'altezza di 75 metri (50 metri la torre eolica, più 25 di pala) ed hanno una potenza di 0,6 MW. Sono però in arrivo macchine eoliche con potenza di 2MW, alte complessivamente 107 metri (67 la torre e 40 le pale), paragonabili ad un edificio di 25 piani.

La macchina produce energia in presenza di un vento che abbia una velocità compresa tra 3-4 metri al sec. e 20-24 metri al sec. Le velocità esterne a questo intervallo non danno luogo a produzione di potenza, da un lato perché il vento a bassa velocità non contiene sufficiente energia, dall'altro lato perché alle alte velocità il vento possiede un eccesso di potenza che potrebbe danneggiare la macchina. Essa pertanto viene frenata e posta in protezione in situazione di attesa. Durante il funzionamento, la quantità di energia prodotta in ogni istante dipende dal valore della velocità del vento in quell'istante. Poiché l'intensità del vento varia statisticamente nel tempo, anche l'energia erogata varierà casualmente. Pertanto è importante far riferimento al valore medio della distribuzione statistica della velocità del vento per definire le caratteristiche di produzione delle macchine eoliche collocate nei cosiddetti parchi. Al fine dello sfruttamento economico, risultano interessanti soltanto quei siti eolici in cui la velocità media del vento sia superiore a circa 5 metri al sec.

I paesi più avanzati sulla strada dell'eolico sono la Danimarca, l'Olanda, gli Stati Uniti, la Germania, la Spagna e grazie a questa esperienza proveniente in particolare da paesi ventosi e pianeggianti, la tecnologia si è rapidamente sviluppata ed i costi si sono già abbassati fino a poter competere con il petrolio.

((Il costo di produzione riconosciuto all'ENEL dall'Authority "Energia elettrica e gas" è di 130 lire a chilovattora e l'eolico già riesce a rientrarci).

Diversa però appare la situazione del valore tecnico dell'energia eolica, che, risentendo del grave difetto della sua intermittenza casuale, non riesce a garantire le stesse condizioni di affidabilità dell'erogazione come quella dell'elettricità convenzionale. In altri termini, se per gli impianti eolici non esistesse la possibilità di immettere l'energia prodotta nella rete elettrica nazionale, che con le sue enormi dimensioni fa da stabilizzatore dell'intermittenza, pochi utenti sarebbero disposti a richiedere e pagare la fornitura di elettricità eolica. Questo aspetto ha importanti ripercussioni sulla capacità di penetrazione della fonte nell'uso, cosa che purtroppo finisce per limitare anche i benefici ambientali attesi. In definitiva, anche se esiste oggi la competitività del costo industriale di produzione del kWh, si è ancora lontani dalla competitività con il petrolio per quanto riguarda il valore economico, che è basato sulle altre qualità tecniche, principalmente sulla vettoriabilità, sulla concentrazione di energia e sulla continuità temporale degli approvvigionamenti, qualità tutte che confluiscono nel dato tecnico più importante per l'utente, quello della grande affidabilità dell'elettricità convenzionale (garanzia della fornitura di potenza per il 98% del tempo annuale).

LA REGOLA DEL 2% E I CERTIFICATI VERDI

L'ENEL e le nuove società che stanno entrando nel mercato della produzione elettrica devono dimostrare, in base al decreto Bersani (n. 79/1999), di essere collegate (attraverso un espediente giuridico chiamato "Certificato verde") ad una quota di produzione elettrica da fonte rinnovabile (di nuova installazione) pari ad almeno il 2% della propria produzione elettrica totale.

A questo scopo con il decreto del Ministro dell'Industria dell'11 novembre 1999 sono stati introdotti i "Certificati Verdi".

Il produttore di energia elettrica, o l'importatore che chiede di connettersi alla rete nazionale, deve detenere (perché produce in proprio o perché acquista da chi la produce) la quota, corrispondente al 2%, di "Certificati Verdi", il cui prezzo oscilla tra le 70-80 lire e le 130 a kWh.

Poiché il valore dei "Certificati Verdi" prescinde dalla fonte di energia rinnovabile utilizzata, la scelta degli operatori non poteva cadere altro che sulla produzione eolica, che al momento risulta la più economica.

Il risultato finale è che in Italia, tra tutte le energie rinnovabili, si sta diffondendo nell'uso esclusivamente l'eolico.

Questa circostanza è motivo di forte preoccupazione, sia sotto il profilo ambientale e paesistico (soprattutto in connessione con la configurazione geomorfologica del territorio italiano in cui vengono realizzati i siti eolici), sia sotto il profilo tecnico in relazione al raggiungimento del limite di saturazione della capacità di allacciamento dei nuovi impianti alla rete elettrica nazionale. A questo proposito occorre ricordare che il collegamento alla rete di una quota di potenza intermittente (qual è, in particolare, l'energia eolica) superiore al 10-15% della potenza totale dei generatori convenzionali che sostengono il carico nazionale, farebbe peggiorare la stabilità del livello di potenza e l'affidabilità della fornitura fino a contemplare la possibilità di "black out" totali. Se questo concetto venisse tradotto in termini tecnici appropriati alla situazione della rete elettrica italiana, si troverebbe che il limite di accettazione di potenza intermittente si va a situare intorno ai 5.000 MW. E' chiaro quindi che, persistendo la situazione presente, questo sarà il limite cumulativo di penetrazione di tutte le fonti rinnovabili, produttrici di elettricità intermittente. Quindi, oltre l'eolico, saranno soggette a questo limite anche il solare termodinamico e il fotovoltaico, il cui sviluppo offre le più grandi prospettive di risanamento ambientale, essendo collegabili ad un potenziale energetico immenso. La saturazione da parte dell'eolico di questo importante segmento di mercato potrebbe rallentare la crescita economica e lo sviluppo tecnologico delle altre rinnovabili. Di fatto avverrebbe (e sta già avvenendo) che esse non potrebbero essere poste in grado di profittare delle presenti opportunità d'incentivazione (Certificati Verdi) per compiere le economie di scala necessarie per raggiungere la competitività.

LA CONCENTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI SULL’ENERGIA EOLICA

Ben il 97% della potenza dei nuovi impianti di energia rinnovabile per i quali è stata chiesta la connessione al Gestore della Rete Nazionale, è ascrivibile a "Wind Farm", letteralmente "fattorie o aziende del vento", o più appropriatamente "centrali eoliche".

Non solo, ma dal momento che per alcune regioni che ne hanno la disponibilità si sommano sia incentivi in conto capitale (fondi regionali strutturali UE), sia il guadagno derivante dalla vendita dell'energia, sia il valore finanziario dei certificati verdi vendibili ai grandi produttori e commerciabili in borsa, l'investimento in eolico è diventato un vero e proprio "businness".

E lo dimostra il fatto che le domande di connessione per impianti da realizzare ha raggiunto il numero di 518, per una potenza complessiva di 13.300 MW (vedi tabella dati ufficiali GRTN - Gestore Rete di Trasmissione Nazionale - 31 marzo 2002) quasi trenta volte la potenza eolica oggi installata in Italia, che è di circa 700 MW con più di 1.000 torri eoliche. Una potenza di 13.300 MW è pari al 25% della massima domanda nazionale di energia elettrica (raggiungibile in pieno inverno) e supera di gran lunga l'apporto massimo che le energie rinnovabili (idroelettrico a parte), per loro natura instabili e intermittenti, possono riversare nell'insieme della rete elettrica nazionale. Questa, infatti, deve garantire almeno l'85-90% di energia da fonti stabili (non aleatorie e intermittenti) quali sono le energie da combustibili fossili.

Oggi, non essendo ancora matura e conveniente la tecnologia per immagazzinare in "batterie" o in altri mezzi di accumulo l'energia prodotta con le rinnovabili, in modo da rendere tale energia "utilizzabile" a piacimento, non avrebbe senso economico produrre più del 10-15% del fabbisogno totale di potenza elettrica attraverso fonti rinnovabili intermittenti, quali sono l'eolico e il solare. Ciò soprattutto a causa del peggioramento dell'affidabilità, che al di sopra di tale limite viene introdotto nella rete e della conseguente svalorizzazione del kWh venduto all'utente.

Si è dunque determinata una situazione distorta che condanna il paese a non avere una distribuzione equilibrata di produzione da fonte rinnovabile. Avviene dunque che il nostro Paese decide di attivare una quota di energia rinnovabile, per contribuire alla riduzione dell'inquinamento planetario, ma sceglie alcune modalità di incentivazione che di fatto privilegiano quel tipo di energia che mette in crisi altri, altrettanto significativi, valori collettivi propri del nostro territorio. In ciò si evidenzia la mancanza di una strategia di lungo periodo, attenta da un lato alle grandi dimensioni delle esigenze di energia pulita per il Paese (e di conseguenza alla necessità di disporre di energia rinnovabile nei diversi potenziali), dall'altro lato a calcolare nel conto economico le esternalità connesse all'utilizzazione delle varie fonti rinnovabili, mediante un'attenta analisi comparata. Infatti, non considerando le produzioni sotto il profilo dei costi esterni, che devono comprendere anche le stime economiche dei danni paesistici ed ecologici territoriali, si mettono in difficoltà quelle produzioni rinnovabili che più si adatterebbero ad essere inserite nel delicato territorio italiano.

In conclusione, mancando ogni pianificazione strategica nazionale nel campo energetico, l'unico criterio di agire è divenuto il mero costo di produzione e, grazie alle incentivazioni, gli operatori sono stati indotti ad investire tutto nell'eolico, lasciando al palo lo sviluppo delle altre fonti rinnovabili come il solare, che hanno molto minor impatto sull'ambiente e sul paesaggio.

L’IMPATTO DEGLI IMPIANTI EOLICI SULL’AMBIENTE E SUL PAESAGGIO

I parchi eolici già in funzione (molto meno quelli in via di installazione) sono per lo più in luoghi defilati, fuori dalle grandi correnti di traffico. Ciò ha reso più facile stendere un velo iniziale sul loro reale impatto ambientale e paesaggistico. Cosa che invece noi intendiamo porre in primo piano, poiché siamo convinti che, divenuta la produzione eolica un "business", ad esso si è inteso sacrificare sempre più i valori del paesaggio. E della natura. Valori che troppi sembrano non avere interesse ad inserire nel calcolo costi-benefici.
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Nessun altro impianto tecnologico, tra quelli tradizionalmente già inseriti nelle aree montane (tralicci di elettrodotti, ripetitori televisivi, antenne per telefonia mobile, impianti sciistici) ha un impatto paesaggistico, almeno in Italia, paragonabile per pesantezza a quello dei parchi eolici.
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Le grandi torri eoliche, per la collocazione sui crinali, per l'altezza, per la composizione in serie, introducono nel territorio scenari assolutamente inusuali che irrompono - con la forza delle loro gigantesche dimensioni fuori scala - nella visione paesaggistica. Grandi macchine, potenti, dominanti, spesso in movimento. Chi le conosce o le vive quotidianamente da vicino dichiara inquietudine e turbamento nel vedere i luoghi familiari della propria vita radicalmente mutati e sconvolti in tempi brevissimi. Non a caso ci sono Comuni come S. Bartolomeo in Galdo (il più popoloso della Val Fortore) che si dichiarano con delibera ufficiale "deolizzati" ed altri, come Agnone (Isernia) che chiedono alla Regione Molise di fermare le pale eoliche, prima che distruggano il loro patrimonio storico e paesaggistico.

L'impatto, dunque, si ripercuote anzitutto sull'aspetto generale dei luoghi di insediamento, distruggendone il valore paesaggistico e panoramico e facendone decadere le vocazioni turistiche.

Grave è poi la ricaduta connessa alle infrastrutture che accompagnano l'installazione delle pale eoliche. Scavi, manufatti, scassi, nuovi elettrodotti, chilometri e chilometri di nuova rete stradale di servizio (devastante in zone montane) tra l'altro proporzionata all'accesso di mezzi di eccezionali dimensioni.
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Si rompe tra l'altro la continuità degli ambienti naturali, aprendo gli ambienti più incontaminati al bracconaggio, alle discariche, ai rally di mezzi motorizzati, senza escludere la possibilità di ulteriori cementificazioni del territorio.

Un discorso aggiuntivo va fatto rispetto alla fauna. Com'è noto, i crinali dell'Appennino, della Sicilia e della Sardegna sono le aree dove ancora sopravvivono alcune specie di aquile, di avvoltoi e di altri rapaci, altrove pressoché scomparsi. E come dimostrano i più accreditati studi in materia, le pale eoliche costituiscono un pericolo mortale per questi rapaci, con percentuali di perdite così alte da vanificare anni di lavoro per la loro reintroduzione e protezione..

UNA SVOLTA EPOCALE PER IL TERRITORIO ITALIANO

I danni non si limitano all'ambiente paesistico e alla fauna. Le prospettive che si profilano aprono infatti un'insanabile contraddizione con i programmi, le vocazioni e le aspettative sulle quali da tempo lavorano le comunità della dorsale appenninica. Un territorio che costituisce l'ultima grande riserva del paesaggio storico e naturale, che ospita centinaia e centinaia di Comuni i cui abitanti presidiano e difendono il polmone verde d'Italia.

Parchi nazionali e regionali, piccole città d'arte, iniziative generali e particolari come l'APE (Appennino Parco d'Europa), le attività agrituristiche, i percorsi ippici di montagna, le produzioni agroalimentari di qualità sono gli elementi coordinati di un grande progetto in atto per un nuovo rilancio economico, la cui base consiste nella conservazione e nella valorizzazione dei beni ambientali, paesaggistici e storico-culturali.

L'irrompere dei parchi eolici, con le decine e centinaia di torri d'acciaio alte fino a 100 metri, con le strade connesse e con i relativi pesanti basamenti interrati di cemento, va invece in tutt'altra direzione, quella di un processo di rapina del territorio che oscurerà il patrimonio di bellezza e di autenticità su cui si basano quei progetti e quelle aspirazioni. Un discorso del tutto analogo può farsi per le Prealpi, per la Sicilia e per la Sardegna.

SOPRAFFATTA E DISAPPLICATA LA NORMATIVA DI TUTELA E DI SALVAGUARDIA AMBIENTALE

I costi ambientali delle energie rinnovabili, e quelli specifici dell'eolico, non sono del tutto sconosciuti al legislatore. La sia pur scarna normativa riguardante il settore prevedeva fin dal 1991 (legge 2 gennaio '91 e successive norme applicative) una gabbia di competenze e di procedimenti utili a governare le trasformazioni del territorio indotte dall'installazione di impianti per l'energia rinnovabile (Piani regionali relativi all'uso delle fonti rinnovabili, definizione dei bacini ottimali di intervento, determinazione dei criteri generali affidati alle Province, programmi di intervento per la promozione, autorizzazioni all'installazione e all'esercizio, ecc.).

Alla disciplina degli aspetti produttivi si aggiungono poi i paletti normativi derivanti dalla normativa per la salvaguardia del paesaggio e dell'ambiente e dal regime urbanistico dei suoli (Valutazione di Impatto Ambientale e "screening", varianti urbanistiche, autorizzazioni paesistiche, ecc.).

Ma la sindrome del 2% ha fatto sì che la produzione di energia rinnovabile sia diventata un vero affare con vantaggi economici immediati, sia per le imprese, sia per le amministrazioni locali. Infatti, la localizzazione di un parco eolico in un certo Comune comporta per esso una sia pur modesta quota di partecipazione agli utili economici. Le amministrazioni locali, messe davanti alla scelta tra un afflusso immediato di "denaro fresco" connesso all'insediamento degli impianti eolici, e un eventuale profitto futuro collegato alla conservazione del territorio per una vocazione turistico-ecologica, optano, per lo più, per la prima. E' cos' che si legano la corsa ad accaparrarsi siti ed autorizzazioni da parte delle imprese eoliche, e la disponibilità politica ed elettoralistica degli amministratori, indifferenti all'assurdità ambientale di certe localizzazioni. Questo da solo è bastato a far sì che, come avviene spesso in questo paese, tutte le norme di cautela, di programmazione e di salvaguardia siano state nella gran parte dei casi scavalcate e disapplicate. Oseremmo dire che la fretta ad intervenire ovunque e comunque sia stata dettata anche dalla coscienza che prima o poi qualcuno potrebbe accorgersi che l'iniziativa, ottima in generale, dell'energia rinnovabile si possa trasformare, nel caso particolare dell'energia eolica, in un costo insostenibile per il territorio.

Inoltre, anche a voler prescindere dagli aspetti economici immediati, considerato il fatto che si sta discutendo sulla collocazione dei parchi eolici in zone paesaggistiche ed ecologiche di alto interesse non solo per la comunità locale, ma anche per la comunità nazionale e per l'Europa intera, la garanzia del ripristino del sito nelle condizioni primitive alla fine della convenzione per l'esercizio degli impianti dovrebbe costituire un obbligo per amministratori pubblici oculati che non vogliano pregiudicare la possibilità futura di destinare il territorio ad altre più convenienti vocazioni. Ecco allora che i costi di smantellamento del parco eolico e di ripristino del sito nelle condizioni primitive dovrebbero costituire altrettante voci della spesa di impianto fin dall'inizio, altrimenti tali costi andranno a gravare sulle amministrazioni future. Se tali costi fossero presi nella dovuta considerazione, si avrebbero stime economiche più realistiche circa la posizione sul mercato dell'eolico e dei certificati verdi ad esso collegati, visto e considerato che si tratta di costi elevatissimi per le dimensioni delle torri, delle eliche e delle fondamenta.

CONCLUSIONI

Queste le ragioni fondamentali della battaglia contro l'eolico selvaggio intrapresa dal Comitato Nazionale del Paesaggio che si propone questi obbiettivi:

1) portare allo scoperto i reali connotati del problema nelle sue molteplici implicazioni, sia paesistiche ed ambientali che di strategia energetica;

2) superare un vuoto culturale, politico e gestionale che vede il paesaggio italiano (di gran lunga il bene culturale più importante, comprensivo della nostra identità e ovunque diffuso) negletto e sacrificato ad ogni nuovo bisogno o affare. E se mai vi fosse necessità di una prova di quanto affermiamo, la si leggerebbe con chiarezza nella estrema facilità con la quale gli operatori del "business" eolico hanno potuto superare barriere normative poste, evidentemente solo in modo virtuale, a difesa del paesaggio e dell'ambiente. Questa situazione è dunque motivo serio ed urgente per riappropriarci dei valori del paesaggio e per imporne la tutela. (art. 9 della Costituzione);

3) correggere scelte approssimative e pericolose che stanno portando alla affermazione di una sola energia rinnovabile, mentre sarebbe di grande importanza strategica favorire la crescita delle altre opzioni rinnovabili (principalmente solare termico e fotovoltaico), sia per i costi esterni minori, sia per le maggiori potenzialità da esse possedute.

Come appare nell'allegata scheda, a cura del Gestore della rete, sui 13.696 MW di energia rinnovabile proposti, solo 420 MW riguardano altre energie che non siano l'eolico e neppure uno riguarda il solare, che dovrebbe costituire la nostra opzione preminente e strategica;

4) attuare dunque un riequilibrio nella ripartizione degli incentivi tra i vari sistemi produttivi di energia elettrica da fonte rinnovabile. Ciò richiederebbe un diverso quadro di discussioni e valutazioni strategiche, nel quale la corsa all'accaparramento dei siti più remunerativi da parte di intraprendenti operatori dovrebbe essere moderata da normative nazionali conseguenti agli interessi strategici più generali del Paese, riguardanti sia l'ambiente, sia la capacità di crescita sostenibile dell'approvvigionamento energetico.

In conclusione, la nostra opposizione verso la diffusione "selvaggia" dell'eolico non significa affatto indifferenza nei confronti delle energie rinnovabili e del complesso problema dello sviluppo sostenibile a fronte dell'inquinamento globale. Al contrario, oltre all'impegno per una diffusione equilibrata delle varie tecnologie ci impegneremo, in particolare, per la promozione dell'energia solare e per superare i difetti dovuti alla intermittenza della generazione in modo da estendere l'utilizzazione delle rinnovabili oltre il limite di penetrazione nella rete elettrica situato intorno alla quota di potenza del 10-15%.

Traguardo che implica l'utilizzo di un mezzo di accumulo di energia in grado di trasformare l'energia solare in una forma d'energia universalmente ed economicamente sfruttabile per le esigenze dell'umanità. Allo stato attuale della ricerca, questo obiettivo può essere ottenuto nel medio periodo utilizzando come mezzo di accumulo l'idrogeno, combustibile pulito e vettore energetico che offre la più grande versatilità rispetto alla varietà delle applicazioni energetiche, compresa l'alimentazione dei mezzi di trasporto dai quali proviene il massimo contributo all'inquinamento globale.

Oreste Rutigliano
(hanno collaborato Domenico Coiante e Carlo Ripa di Meana)