LO SCEMPIO DEL GIARDINO D'EUROPA

" Quale è, anzi quel era, il bene culturale in assoluto più importante del nostro Paese? La risposta è ovvia. Il bene culturale più importante d’Italia era (ed è ancora per le sue parti residue) il paesaggio. Generazioni di colti viaggiatori, di intellettuali, di poeti, venivano da noi perché affascinati dal "Giardino d’europa", dal Paese dove "fioriscono i limoni". Certo, ci venivano anche per Raffaello e per Michelangelo, per i templi di Paestum e per le pitture di Pompei, per l’Arena di Verona e per i Fori Romani. Ma era il paesaggio, il mirabile paesaggio italiano, destinato a far da cornice ai capolavori d’arte e di storia più celebrati dal mondo, il vero oggetto del desiderio. Quanto meno il paesaggio italiano era considerato il moltiplicatore emotivo della suggestione storico-artistica, nel senso che quest’ultima riceveva dalla cornice paesistica una specie di eroica e romantica amplificazione.pg 9 - Foto 4

Come pensare alla Villa Adriana senza i monti di Tivoli, ad Assisi senza il Subasio che incombe dietro il sacro convento, alle basiliche di Ravenna avulse dalla cornice di azzurro mare e di nera pineta? Insomma il fascino tradizionale del Bel Paese si affidava al paesaggio forse più di quanto si affidasse ai tesori dell’arte. O, almeno, questi ultimi apparivano a tal punto integrati nell’ambiente che da tale rispecchiamento ha preso immagine nei secoli l’idea del "miracolo Italia": l’unico luogo al mondo nel quale arte, natura, vita appaiono armoniosamente coniugati.
Cocollo eolico in corso ott 04 067
Quello che è accaduto negli ultimi cinquant’anni lo sappiamo bene. Il paesaggio italiano è stato in parte devastato, in parte snaturato od offuscato. L’equilibrio mirabile fra arte e natura che faceva il nostro Paese unico e invidiato nel mondo non esiste più o, quando esiste, sopravvive per segmenti disarticolati.

Per fortuna non tutto è perduto. Ora che il travaglio della grande modernizzazione ha concluso i suoi effetti (il Paese da agricolo diventato industriale e poi postindustriale, i milioni di emigranti dal Sud al Nord, dalla campagna alla città, dalla montagna alla costa ormai assestati), ora – esaurita la metamorfosi più dolorosa e più profonda subita dall’Italia negli ultimi cinque secoli – siamo in grado di elencare i danni, prendere atto delle devastazioni purtroppo irreversibili, studiare, quando possibile, le forme di un ragionevole ripristino e anche prendere coscienza di quello che è rimasto.

Difendere i musei, i centri storici e le singole opere d’arte, è certo importante ma serve a poco se non ci preoccupiamo di difendere, con uguale determinazione, l’ambiente che ospita il patrimonio artistico. Credo che, a questo punto, di fronte all’evidenza di un triste bilancio, gli italiani lo abbiano capito. Ora si tratta di salvare ciò che resta del paesaggio italiano.

Antonio Paolucci

soprintendente ai Beni Artistici, architettonici e
ambientali di Firenze, Pistoia e Prato